Ragione e cuore (n.5 del 2013)

Dichiarazioni introduttive ascoltate in psicoterapia

Spesso alcuni miei clienti dichiarano:

“ Non sono mai andato da uno psicologo per paura, ma questa volta ho deciso”.
“ Vorrei sapere come funziona questo mio cervello”. “Non so se amo mia moglie”.
“ Non so se sono felice, ma esiste la felicità?”
“ Non capisco più mio marito, sa solo offendermi”.
“ Mia moglie è molto brava come madre, ma come donna è una delusione ed io ho bisogno di una donna”.
“ Mio figlio è intelligente, eppure si comporta come un deficiente.”.
“ Io farei qualsiasi cosa con mia moglie, ma lei è tanto schizzinosa da togliermi.
“ Mio marito è meraviglioso come uomo di famiglia, ma nell’intimità è uno strazio”.
“ La mente umana è un mistero e più ci pensi, meno la capisci”
“ Ma come si fa a capire mia moglie che ogni giorno cambia idea…e mi accusa di non essere normale perché io la penso sempre alla stessa maniera….ma le sembra un modo giusto di ragionare”?

Premessa

I processi mentali attraverso i quali avvengono alcune nostre dichiarazioni, sono veramente complicati e, data la complessità, non sempre riusciamo a comprenderne l’organizzazione; in ogni discussione, ognuno di noi crede di avere sempre ragione e ciò che pensano gli altri è sempre meno vero di ciò che pensiamo noi. Le dichiarazioni sopra riportate, ne sono testimonianza.Tutti parlano con il proprio sigillo della verità.

Ma perché cadiamo in simili trappole accusando sempre il pensiero altrui di essere non veritiero o di avere scarsa chiarezza?

E’ una domanda difficile che presuppone un’analisi più complessa che investa l’intera personalità dell’individuo, ma un’ipotesi di risposta, sebbene incompleta ed insufficiente, credo si possa dare con tutti i limiti anche del pensiero di chi scrive.

I cosiddetti processi mentali che si autorganizzano in ogni dibattito e si sviluppano autonomamente nel nostro organismo, come l’attenzione, la percezione, l’apprendimento, la memoria, ecc, oltre a collegarsi alla nostra razionalità, si alleano anche alle cosiddette questioni di cuore e credo che siano proprio queste ultime a togliere l’oggettività al nostro pensiero. Basta pensare che, in ogni colloquio terapeutico o fra amici, una semplice simpatia o antipatia sposta sempre l’ago della bilancia.

Parlare di semplici questioni di cuore nel mondo della scienza, la quale ha restituito a quest’organo la sua vera funzione di muscolo involontario che spinge il sangue in tutte le parti del corpo, sembra un anacronismo, perché per il comune sentire, il cuore è rimasto ancora sede degli affetti, dei sentimenti e dell’amore.

Locuzioni ormai entrate nel gergo quotidiano ne esplicitano molto bene il signicato: “A cuore aperto” (sinceramente), “col cuore in gola” (con ansia e agitazione), “col cuore in mano” (francamente), “cuor di leone” (carattere coraggioso), “cuore di coniglio” (pauroso e vile), “cuore di pietra” (insensibile e spietato), “cuore d’oro” (indole buona e generosa), “cuore infranto” (deluso), “cuore solitario” (persona sola e sentimentale). “Ti amo con tutto il cuore” (manifestazione di un gran sentimento). Si pensi che cosa accadrebbe se un innamorato dichiarasse il suo amore in modo scientifico: ti amo con il muscolo involontario del mio cuore!

Fatta questa premessa vediamo i vari processi attraverso i quali si esplicita il pensiero.

Attenzione 

E’ un’intensa applicazione della mente e un’acuta concentrazione dei sensi su qualcuno o su qualche cosa. E’ stato calcolato che il cervello umano potrebbe assimilare un numero più grande di nozioni se non fosse distratto dalle cosiddette cattive abitudini errate come:

1) avere pregiudizi nei riguardi di una persona che non si stima (l’ascolto, ma non la stimo o, mi è antipatica);
2) pensare ad altro mentre si finge di ascoltare (ascolto, ma penso alla gita in montagna o, alla mia ragazza);
3) forzare l’attenzione su di una persona che parla senza interesse (non m’interessa ciò che dice, ma voglio criticarla).

Usata in modo sbagliato, l’attenzione non è in grado di assimilare il valore delle parole. Per una coerente funzionalità produttiva essa deve rispettare le classiche fasi dell’elaborazione mentale.

La prima è quella di udire bene le parole dell’interlocutore.

La seconda è quella di interpretare il significato delle parole stesse.

La terza è l’applicazione della riflessione su ciò che è stato udito. La quarta è dare una risposta a quanto è stato metabolizzato.

Non per nulla la parola attenzione deriva dal verbo attendere nel senso che è un processo interiore attraverso il quale l’organismo, sottoposto a vari stimoli, risponde in maniera selettiva e preferenziale alle sollecitazioni che suscitano maggiore interesse; in altre parole, noi prestiamo maggiore attenzione alle cose che più ci interessano perché appagano la nostra attesa.

Da ciò è facile dedurre che la concentrazione attentiva investe sia l’attività visiva sia quella mentale, senza escludere tutte quelle variabili che sono dentro le questioni di cuore. Durante il liceo, per esempio, io amavo lo studio della filosofia perché ero attratto dalla docente di fronte alla quale volevo emergere per soddisfare le mie attese, che erano quelle di ricevere un sorriso e uno sguardo compiacente durante l’interrogazione a garanzia di un bel voto.

Percezione

E’ una registrazione mentale di esperienze intuitive e sensoriali che portano  il mondo esterno dentro di noi, anche in modo ingannevole, come quando guardiamo fuori del finestrino di un treno in movimento e abbiamo la sensazione che tutti gli oggetti esterni si muovano; al cinema vediamo le ruote di una carrozza girare in senso antiorario; componendo un puzzle, il colore dei singoli pezzi acquista dimensioni e colori del tutto nuovi non appena inseriti nel posto giusto; un quadro ad olio, visto molto da vicino sembra un’accozzaglia di grumi di colore; le luci di un passaggio a livello sembrano andare in sù e in giù mentre, in realtà sono ferme. Persino in campo intimo si hanno sensazioni ingannevoli.

Codesti inganni avvengono perché la percezione della realtà esterna è un processo interiore con il quale organizziamo informazioni che non appartengono solamente al campo visivo, ma anche a quello olfattivo, tattile, uditivo, emotivo e sentimentale. La percezione ha un significato molto esteso: vuol dire anche sentire con il corpo, intuire con la mente, comprendere con la ragione, amare.

Negli anni venti è sorto in Germania un indirizzo psicologico denominato Psicologia della forma con lo scopo di trovare le leggi alla base dell’organizzazione percettiva i cui fondatori, Max Wertheimer, Wolfgang Kohler, Kurt Koffka, hanno affermato che la percezione del mondo è organizzata secondo leggi che seguono il principio della spontaneità, dell’economia, della regolarità e dell’omogeneità. Il tutto, afferma questa teoria, ha un valore più intenso della somma delle singole parti. Un gelato con più sapori (il tutto), ad esempio, è più intenso di quello del solo gusto di cioccolato.

Il punto di maggiore dissenso nello studio della percezione è quello di stabilire se essa sia una dotazione innata o acquisita attraverso l’esperienza. L’interpretazione innatista, sostiene la presenza  di principi conoscitivi ereditati geneticamente, mentre quella empirista considera l’esperienza come unica fonte valida di conoscenza. I sostenitori dell’innatismo affermano che i nostri occhi sono stati predisposti a vedere in modo stereoscopico e gli orecchi ad udire in modo stereofonico, mentre i sostenitori dell’empirismo affermano che questi due modi di vedere e di ascoltare si imparano attraverso l’esperienza.

Chi ha ragione? Ogni scuola ha le proprie ragioni da difendere. Ritengo che la sintesi delle due tesi sia la soluzione migliore perché è indubbio che la natura abbia predisposto l’uomo all’esercizio di tutte le sue funzioni, ma è altrettanto vero che l’esperienza distrugge, convalida ed affina, tutto ciò che la natura produce. Non bisogna dimenticare che l’uomo vuole vedere ciò che gli piace e rifiuta di guardare ciò che non gli piace in base alle questioni di cuore che, di solito ci fanno sentire più importanti le cose più desiderate e meno importanti quelle che non soddisfano i nostri desideri.

Apprendimento

E’ un processo di acquisizioni e di conoscenze destinato a modificare in modo temporaneo o durevole il comportamento. In prima elementare, ad esempio, non sapevamo tenere una matita in mano né sapevamo leggere. Lentamente la nostra mano è diventata sempre più precisa, i nostri occhi hanno imparato a vedere le lettere dell’alfabeto una accanto all’altra, le nostre orecchie hanno ascoltato dalla maestra che due segni insignificanti come “M + A”, diventano “MA” e che, ripetendo due volte MA riemerge la parola magica imparata nella prima infanzia, che ha provocato il sorriso amorevole della MAMMA. Oggi i bambini non seguono più questo procedimento perché leggono direttamente la parola intera per fare, poi, l’analisi dei singoli fonemi, ma il significato non cambia.

Imparate le prime regole, leggiamo correntemente senza ricordare le insicurezze delle prime letture. Così pure, quando siamo al volante della nostra auto, inseriamo disinvoltamente le marce, mentre parliamo, dimentichi delle incertezze del primo giorno di guida. Che Cosa è successo? Innanzi tutto noi abbiamo imparato regole e significati poi, modificando permanentemente il comportamento grazie ai successivi apprendimenti, abbiamo acquistato molta più sicurezza, sia nei movimenti fisici, sia nelle nostre manifestazioni emotive. In un certo senso abbiamo anche automatizzato parte del nostro comportamento.

Abbiamo, dunque, finito d’imparare? Sicuramente no, perché viviamo di fronte a stimoli continui che ci spingono ad acquisire nuove forme di sapere, per allietare la nostra vita. Dalla nascita alla morte grazie all’apprendimento, il nostro comportamento è coinvolto in un continuo processo di modificazioni e assestamenti che, ancora una volta, seguono le questioni di cuore, senza le quali l’apprendimento non è altro che un’acquisizione arida di dati e nozioni che costruiscono la parte razionale dell’uomo a scapito di quella emozionale. Le questioni di cuore addolciscono e facilitano il nostro apprendimento.

Memoria

E’ un processo con il quale riusciamo a conservare nella nostra mente le esperienze passate. Pensando al mio primo giorno di scuola di tanti anni fa, ho conservato nella mia memoria l’immagine della maestra che, nell’attesa di entrare in aula, mi accarezzava la testa stringendosela al seno. E’ un ricordo preciso, perché quel gesto mi donò serenità e tranquillità proprio in quel momento in cui, non so perché, mi sentivo smarrito.

Quella carezza fu, per me, una iniezione di coraggio dalla quale appresi un principio che oggi definirei senso di solidarietà. Ripensando a quel momento, ancora oggi sento in me una salutare emozione, quindi posso affermare, con mia personale esperienza, che la memoria è la capacità di conservare ed evocare immagini del passato che hanno fatto più presa sulle emozioni. Quella carezza mi diede sicurezza.

Dove si conserva la traccia mnestica o, in modo più semplice, dov’è il posto della memoria? Tempo fa si pensava che fosse nella corteccia cerebrale, in quanto è la zona più recente e più evoluta del cervello,* ma studi recenti, hanno smentito tale principio e sembra che la memoria non abbia una particolare localizzazione, ma è diffusa in numerosi circuiti o zone cerebrali.

Sappiamo, però, che esiste una memoria a breve termine (MBT) e una a lungo termine (MLT). Nella memoria temporanea a breve termine, le informazioni si deteriorano rapidamente, mentre in quella a lungo termine, si conservano in modo più stabile. La maggior parte delle persone ricordano meglio la data del loro matrimonio, della nascita dei figli e dei compleanni delle persone più amate perché, le questioni di cuore, alimentando l’aspetto emozionale della vita soddisfacendo meglio il sentimento del ricordo.

Perché dimentichiamo?

Esistono diverse teorie, ma le due più note sono del quelle del decadimento e delle interferenze. La prima afferma che le tracce mnestiche decadono con il passar del tempo, mentre la seconda sostiene che le esperienze nuove si mettono in contrasto con quelle immagazzinate in precedenza e producono tanta confusione da far dimenticare le prime.

Freud ha proposto la teoria della rimozione secondo la quale noi dimentichiamo tutto ciò che non ci fa piacere ricordare, com’è capitato, per esempio a molti soldati che, dopo combattimenti duri e pericolosi, hanno dimenticato gli avvenimenti più sconvolgenti. Questo principio dimostra che le questioni di cuore servono anche per dimenticare.

L’ansia è un’altra causa delle nostre dimenticanze. Con l’ansia di arrivare puntuali ad un appuntamento, per esempio, si dimentica un documento essenziale. Uno stato ansiogeno, quindi, non procura nessun beneficio alla memoria. Molti studenti a causa dell’ansia di prestazione falliscono un esame universitario.

Si possono migliorare i processi di pensiero?

La pedagogia sostiene che il peggioramento del pensiero di solito è attribuito alla cattiva volontà o alle brutte abitudini, mentre il miglioramento è conferito alla buona volontà e alle buone abitudini. Simile modo di ragionare forse, non produce nulla di nuovo, in quanto premessa e conclusione sono ovvie. Credo che per migliorare i nostri processi di pensiero occorra imparare ad usare il cervello in maniera più funzionale e diversa dal modo in cui c’è stato sempre insegnato. Bisogna scavare in esso per chiedersi il perché delle cose e abilitarlo a compiere azioni nuove con senso di misura, responsabilità, continuità e creatività.

Buon maestro è chi insegna poco, ma abilita lo studente a saper usare il proprio cervello. Il cervello – afferma il Bandler – è come una macchina alla quale manchi un interruttore con la posizione di “spento”. Se non gli si dà qualcosa da fare non fa altro che continuare a girare, e alla fine si annoia. Nel testo,(vedi bibliografia) il Blander illustra una serie di giochetti mentali per esercitare il nostro organo cerebrale ad assumere posizioni diverse da quelle tradizionali alle quali è stato allenato. Ecco qualche esempio.

Non vi siete mai sentiti dire, per esempio, che bisogna essere se stessi? Ebbene, risponde il Bandler, se con l’essere “se stessi” avete fatto soffrire, la moglie, il marito, i figli, i genitori, non è meglio diventare altro da sé per evitare di far soffrire qualcuno?

E che cosa fare di fronte alle fobie ed alle varie ossessioni di cui tutti vorrebbero liberarsi?

Prendiamo ad esempio l’aracnofobia (paura dei ragni). C’è, forse, qualcuno cui piace vedere il pancione nero di un ragno appiccicato ad un muro? Sicuramente no, e allora, che fare? Occorre agire sul cervello affinché impari a pensare come ineludibili, anche le cose brutte o gli animali poco gradevoli, perché non possono essere evitati nella realtà.  Il cervello, impara sempre dall’esperienza e nel caso del ragno, ha fissato nella memoria codesto animale come cosa schifosa per difendersi dalla visione di uno spettacolo non gradevole. Perché, allora, cancellare questo meccanismo di difesa, che ci aiuta a vivere meglio?

In altre parole: per migliorare i processi di pensiero è necessario cambiare gli schemi mentali e, se anche una fobia può aiutarci a capire come pensiamo, perché eliminarla e non darle, invece, un significato positivo?

Letture consigliate:

Ornstein, E.Robert, La psicologia della conoscenza, Angeli, Milano, 1978.
Staffolani, G., Psicologia e Processi formativi, Centro Programmazione Editoriale, San Prospero.
Wertheimer. M., Il pensiero produttivo, Giunti- Barbera, Firenze,1965.
Katona, G., Memoria e organizzazione, Giunti-Barbera, Firenze,1972
Guillaume, P., La psicologia della forma, Giunti-Barbera, Firenze,1963,
Bandler, R., Usare il cervello per cambiare, Astrolabio, 1986, Roma

Suggerimenti per una discussione

Rifletti su tutto ciò che i tuoi maestri ti hanno insegnato./ Hai accettato sempre tutto o hai messi in discussione i loro insegnamenti?/ Hai manifestato interesse o sei stato sempre distratto./ Hai saputo sfruttare con impegno i tuoi processi scolastici?/ Ritieni che avresti potuto sfruttare meglio il tempo del liceo e dell’Università?/ Racconti qualche esperienza, anche negativa, ai tuoi figli?/ Se non l’hai mai fatto, provaci./ Hai abilitato il tuo cervello a compiere azioni costruttive?/ Se non l’hai fatto, non arrenderti./ Hai uno schema mentale rigido o flessibile?/ Prova ad usare il tuo cervello in maniera diversa dal consueto. Hai imparato a leggerti?

Scritto nel 2006 aggiornato nel febbraio 2010. Rivisitato nell’ottobre 2011