CONSIDERAZIONI PSICOLOGICHE (n.3 del 2013)

Dalla Nevrosi da destino alla contemplazione dell’infinito
di Giuseppe Staffolani

In alcune persone che credono nella fatalità, a volte può emergere la cosiddetta nevrosi da destino.   E’ uno stato d’impotenza di chi blocca la propria naturale crescita psicologica perché crede che esistano forze della natura che gli impediscono di realizzarsi. Simile disturbo si potrebbe chiamare “paura di avere coraggio di sé”, mentre la psicologia lo classifica come perversione nel trarre piacere erotico subendo sofferenze o pratiche umilianti.  Personalmente penso che l’individuo “senza coraggio” più che perverso, termine che richiama l’dea della degenerazione e della devianza, sia un instabile nevrotico che,  non avendo equilibrio e adattamento sufficienti alle varie forme di vita esterna, si sente disperso in un mondo in continuo movimento.

In questo mondo sempre in agitazione, l’individuo si sente inadeguato e per giustificare la propria incapacità di inserirsi, si crea un proprio modo di vivere accettando di subire sofferenza fisiche e psicologiche che gli derivano dal proprio isolamento che lo rende vittima di se stesso.  Nasce, in questo modo, il masochista, individuo che si compiace della propria inferiorità e si crogiola nelle proprie sventure per farsi compatire.  Inconsapevolmente lui organizza le proprie esperienze di vita in modo fallimentare e, con astuzia consapevole, colpevolizza il “destino” per il proprio crollo morale e psicologico. 

Dovendo scontare il senso di colpa che gli deriva da quelle esperienze negative da lui stesso organizzate, il masochista ne sopporta il peso come giusta punizione, ma per l’incapacità di crearsi un’azione costruttiva, mette in atto una tendenza distruttiva del proprio sé, assumendo  un comportamento strano e dissennato che lo sottometta, ancora una volta, alla forza del destino.

Venendogli meno l’energia di affermarsi come essere unico e inconfondibile si considera un un “mediocre” incapace di diventare simbolo di se stesso.  Th. Reik fornisce alcune interessanti caratterizzazioni del comportamento masochistico:

a) masochismo verbale, proprio di chi ama sentirsi dire parole offensive ed umilianti;

b) masochismo sociale, proprio di chi ama essere subordinato e sottomesso;

c) masochismo di massa, caratteristico di chi rinuncia alla fede dei propri valori sottomettendosi alla gente.

E’ evidente che il masochista non riesca a comprendere quei i valori della vita che lo spingano dentro un mondo per lui turbolento; vinto dalle aggressività esterne, per difendersi e tutelare il proprio scarso equilibrio, che comunque gli consente di essere invita, riesce a provare piacere per tutte quelle piccole cose per lui indifferenti. I valori non s’improvvisano, ma si progettano e si realizzano, spesso con molta fatica.

I valori non s’improvvisano

Chiamo valore tutto ciò che è meta di un bisogno, di un desiderio o di un interesse. Il valore è conquista di qualche cosa e chi si rifiuta di agire si sottomette ad una forza “sovrumana”, laica o religiosa/buona o cattiva, che determina il corso degli eventi. E’, infatti, molto più facile e semplice dichiararsi vittime del destino piuttosto che ammettere il proprio fallimento. Il perdente, per alibi, colpevolizza le supposte forze a lui avverse, mentre il vincente vive quotidianamente la gioia del proprio successo o il dolore dell’insuccesso, che però, giustamente non chiama fallimento, ma aspettativa temporaneamente non raggiunta.

Persino il dubbio, inteso come condizione momentanea incertezza, è un valore a garanzie di scelte future oculate. Chi è educato ai valori metafisici non ha dubbi sul creato, mentre atei o agnostici avendoli mentalmente risolti, credono nel proprio protagonismo. Credere in se stessi non significa avere smania di primeggiare e di mettersi in mostra per fare sfoggio di sé, ma di essere interprete di un’avventura che si chiama vita. 

Paure, angosce e dubbi vissuti nel rispetto della vita, sono valori che fortificano, perché lasciano la speranza della soluzione. Da giovane, per esempio, avevo paura di morire perché temevo che non mi bastasse il tempo per realizzare tutto ciò che avevo in mente. Ho temuto la morte dei miei genitori finché non mi sono sentito sicuro di me stesso; ho temuto la morte dei figli finché erano indifesi perché a loro volevo lasciare la mia eredità economica e  culturale. Oggi temo quella la dei miei nipoti perché sono ancora piccoli e indifesi e non hanno ancora il tempo necessario per realizzare i propri sogni, ma non ho più paura della mia , perché affronto la vita diffondendo le idee e i valori in cui credo, orgoglioso della mia esistenza.

Credo, infatti, di lasciare un messaggio positivo della vita alle persone che mi sono più care e credo che da loro sarò ricordato. Anzi, sono convinto che qualcuno realizzerà quei progetti che io non sono stato in grado di portare a termine e, se ciò si avverasse, continuerò a vivere una seconda fase della mia vita per interposte persone. In questo modo costruisco il sistema dei miei valori dove ovviamente, c’è anche una buona parte del mio egoismo che è parte essenziale di ogni esistenza. Non si vince, forse, la scommessa della vita con il compromesso fra egoismo ed altruismo? L’uomo -dice Pascal- “è una canna pensante”. E’ debole di fronte alle tempeste e ai capricci del tempo, ma con il suo capo rivolto in basso si piega alle forze avverse e usa la sua stessa fragilità per vincere le intemperie della vita. Questo è il senso di una vita coraggiosa e di una morte eroica pur senza essere stato un campione che ha vinto sempre tutte le gare. Solo perdendole ho imparato a capire quanto sarebbe stato importante vincerle.

Morte selvaggia e morte eroica . 

Dobbiamo forse accanirci a vivere quando il nostro fisico rifiuta il futuro e la nostra mente non ha più la flessibilità per pensare al passato e vivere con dignità il presente?  Dobbiamo dispiacerci se l’oblio, ultima nostra realizzazione, ci accompagna lentamente verso la fine della nostra vita? La morte, del resto, è l’ultima tappa da sperimentare che non possiamo raccontare a nessuno, ma nel modo con cui l’affrontiamo c’è già la risposta. “Vince la morte – dice il Tommaseo – chi fa vivere altri degnamente nella memoria dei posteri”. Non è forse un atto straordinario, l’eroismo? 

La morte non perdona, non risparmia il potente e non vuole sentire ragioni. E’ giusto accanirsi contro di Lei quando si sa che essa non sente ragioni e non accetta responsabilità? Io penso che esistano due soli modi d’incontrarla senza accanimento. 

Il primo è d’ingannarla: mentre lei ci porta via da quel mondo che abbiamo contribuito a costruire, noi ci rifugiamo nel cuore di quelle persone che abbiamo amato e, a suo dispetto, continuiamo a vivere indisturbate anche dopo che essa ci ha portato via perché chi ama sempre compie il miracolo della vita.  

Il secondo è quello d’incontrarla consapevolmente e coraggiosamente, in nome di quel dio che è dentro di noi che ci ha sempre educato a contrastare o accettare  gli eventi ineluttabili dell’esistenza con spirito eroico. Socrate è stato limpido esempio di morte serena, Nietzsche di morte eroica, ma tutti e due hanno lasciato un’impronta che il tempo non riuscirà a cancellare e questa, si chiama eternità.

L’eternità è una cosciente consapevolezza del proprio operato, è un atto eroico. Nietzsche la definisce: fare una cosa grande. Che cosa ci può essere di più grande dell’accettare la morte? E questo atto non è forse un altro valore che si lascia a coloro che hai amato? Lasciare qualche cosa di sé agli altri, non riempie la vita di chi la riceve? Da numerose analisi psicoterapeutiche dei miei clienti ho potuto costatare un fatto  in apparenza contraddittorio ma che in realtà, avvalora il mio assunto: chi vive una vita senza illusioni e senza progetti ha più paura di morire di chi s’illude, progetta e aggredisce la vita.

Solo chi vive con intenzionalità distruttiva e non ha fiducia in se stesso guarda la morte con paura e raccapriccio. Per costoro, essa è l’unico vero ed ineluttabile destino e, se in vita non hanno avuto alcuna fede né hanno saputo interagire attivamente con il vortice capriccioso del mondo, allora quella è morte selvaggia. Chi lascia qualcosa di sé, invece, continua a vivere. Chi non ha mai fatto nulla in vita, è come se non fosse esistito e per questo ha paura della morte.

Oltre la siepe.

Tutte le cose del mondo hanno un inizio e un termine, proprio come avviene in un film. La vita, del resto, non è un film in cui ognuno di noi interpreta se stesso? Il Leopardi ha diretto il film della sua vita provocando sentimenti diversi fra gli interpreti: ottimista? Pessimista? Durante il nostro liceo i professori ci hanno sempre parlato del pessimismo leopardiano. Ancora oggi, purtroppo, alcuni interpreti della filosofia di questo grande poeta lo credono pessimista. 

Nel momento, però, in cui rileggo Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea/ tornar ancor per uso a contemplarvi/ sul paterno giardino scintillanti/ e ragionar con voi dalle finestre/ di quest’albergo ove abitai fanciullo, / e delle gioie mie vidi la fine/, provo una gran gioia di vivere e sono sedotto da quella sottile malinconia che, una volta superata la “siepe” dell’”Infinito”, m’inoltra verso “infiniti spazi e…sovrumani silenzi”. E’ un’operazione della mia memoria? Forse sì , ma la  mia memoria ricorda il passato rievocando amori vissuti e delusioni subite. In ambedue i casi mi riconosco anche nei miei fallimenti perché essi mi hanno insegnato che se avessi studiato di più e non avessi perso tempo “a fare nulla”,  chissà? forse avrei avuto il coraggio di scrivere apertamente e con cognizioni di causa, che Leopardi non era pessimista. L’“Io nel pensier mi fingo”  non lo vivo come atteggiamento pessimistico ma come sentimento di dare una ragione alla vita che, secondo me, è sempre il più grande mistero dell’esistenza, perché ci spinge a scoprire ciò che noi non riusciremo mai a comprendere.

Dubbio e Mistero. Personalmente non sono sicuro di risolvere i miei dubbi sul creato, ma solo il fatto di pormi il problema mi fa vivere da grande e, nella pretesa di dare una risposta ad un quesito che, al solo pensiero mi sovrasta, sento una piacevole forza emotiva che mi fa amare il mistero. Quale risposta possiamo dare a quei fenomeni naturali spesso incomprensibili ed inspiegabili con la luce della scienza, che hanno il potere di suscitare contemporaneamente fascino, stupore, meraviglia e nel contempo, timore, paura e angoscia? Il non compreso, il mistero, – dice Croce – è una delle più sicure note dalle quali si riconosce sempre la grande, la vera poesia.

Dante ha scritto una lode alla Madonna, Vergine madre figlia del tuo figlio/ umile alta più che creatura/, che commuove anche il non credente perché quella poesia va di là del significato letterale. Anzi, se ci soffermiamo nella ricerca del significato d’ogni singola frase, Dante diventa noioso, ed è proprio per questo che si apprezza di più da adulti quando ne leggiamo la poesia, e meno da studenti, quando dobbiamo leggere le parole.

Poesia. E’ poesia l’aspetto fantastico, irrazionale della vita, della religiosità, della natura e dell’esperienza. E’ poesia il coraggio di scrutare l’Universo con il nostro debole e fragile pensiero. E’ poesia la caparbietà di voler scoprire i misteri dell’Esistenza che, diversamente, sarebbero un puro accadere di fatti insignificanti. Non è forse l’eterno interrogarsi, il fine ultimo dell’uomo? E non è forse l’“eterno ritorno” di Nietzschead introdurci nel gioco della vita?