Avere cura e curare (n.2 del 2013)

Io, Psicologo, non ti curo, ma ho cura di te.

Durante gli anni della mia professione mi sono trovato di fronte a casi pericolosi per sé e gli altri e ho dovuto chiedere aiuto alla farmacologia cui ho associato la Psicoterapia, ma i risultati non sono stati soddisfacenti di fronte al tempo impiegato per curare la malattia. Posso affermare di aver solamente tamponato il malessere.

Mi sono convinto che né la Psichiatria né la Psicoterapia, riescono a risolvere un grave disturbo di personalità che, per inerzia o disinformazione, sia diventato malattia. Sono certo che il solo curare abbia molti limiti e che solo una collaborazione interdisciplinare orientata nell’aver cura del soggetto e dell’ambiente in cui vive, può restituire parziale o totale dignità al malato, perché il disturbo mentale ha due facce non sempre conciliabili. Per lo Psicologo il malato mentale è persona che si estranea dal mondo e si costruisce un suo particolare modo di vita lontano dalla realtà, mentre la persona malata, nella sua patologia, pensa che sia lo psicologo a non capire i suoi problemi.

Se ne deduce, pertanto, che il curare lascia l’amarezza al professionista che sente il dovere di restituire al proprio cliente un certo equilibrio e al malato che si ritiene non capito. Il primo non vi riesce per la irreversibilità del disturbo mentale, il secondo non recependo il messaggio si sente ingannato dalle parole che nella sua mente non producono effetti. Una domanda sorge spontanea: può uno specialista ristabilire l’equilibrio altrui? L’equilibrio, in senso figurato, si ha quando forze contrastanti, biologiche, psicologiche e sociali, si armonizzano fra di loro, ma perché ciò possa accadere occorre la partecipazione del soggetto prima che la malattia diventi  irreversibile. L’aver cura preventiva evita o lenisce la malattia mentre la cura cercando di risolvere le conseguenze della malattia, spesso non vi riesce.

Il progetto dell’avere cura è un principio fondamentale della Psicologia perché ritiene che l’uomo sia aperto al senso della vita. Non per nulla, molte malattie mentali possono essere lette come modi di essere in cui il soggetto è incapace di conferire senso alla propria esistenza. Infatti, Jung scrive: “la psiconevrosi è in ultima analisi una sofferenza della psiche che non ha trovato il proprio senso.”

Dono e necessità

Per dare significato alla vita occorre pensare che essa sia un dono (nascita) e una necessità (morte). Lungo questo tragitto la Psicologia positiva enumera  tre funzioni indispensabili.

a) Conoscenza per raggiungere la saggezza rafforzando la curiosità, l’amore per il sapere, la lungimiranza, l’ingegnosità e l’intelligenza.
b) Coraggio per raggiungere l’umanità e la giustizia, aumentando la perseveranza, la cordialità e l’amore.
c) Giustizia per raggiungere l’autocontrollo con senso civico ed imparzialità.

Psicologia positiva

La Psicologia positiva oltre alla concezione di un Dio trascendente, propone anche il progetto laico di un dio non soprannaturale dentro ciascuno di noi che, purtroppo, è stato sminuito, sopraffatto dalle metodologie educative creazionistiche. Il dio scritto con la lettera minuscola è il consigliere interno che dà senso e significato alla fatica o alla gioia di vivere e che, per raggiungere la pienezza della vita, sviluppa le potenzialità personali poste a servizio di qualche cosa più grande della semplice quotidianità.

La vita non è una cosa che ci viene regalata, ma è una direzione da intraprendere con l’intero organismo (corpo-mente) per elevarci sopra la dimensione terrena ed essere protagonisti della nostra esistenza: io esisto perché faccio esistere tutte quelle bellezze del mondo che non avrebbero alcun senso senza di me. Presunzione? Assolutamente no. E’ solo l’immodesto desiderio di dare ordine al caos del mondo che esisteva prima che io vi fossi inserito.

Esistere vuol dire venire fuori, manifestare le proprie idee, avere voce in capitolo, dare un significato alle azioni, essere nel mondo e saperlo vivere con la conoscenza di sé, con la considerazione degli altri e la riflessione sulle cose e sugli eventi della vita. Comprendere il mondo significa mettere insieme le cose e capirle per dare loro un senso. Compreso il testo di un problema, intuisco il senso della soluzione da affrontare con conoscenza, coraggio e giustizia.

La conoscenza della propria storia, infatti, aiuta l’individuo a prevenire e organizzare il presente; il coraggio è l’anima per affrontare le situazioni più scabrose del futuro; la giustizia è il senso dell’equità. Le depressioni reattive, ad esempio, possono essere prevenuta facendo emergere nell’individuo le potenzialità dell’ottimismo e della speranza, facoltà spesso soffocate dall’incapacità di saper reagire alle avversità.

I vari tipi di tossicodipendenza, d’anoressia, di bulimia, di attacchi di panico sarebbero meno frequenti con un’appropriata progettualità di vita, orientata al senso della famiglia, a studi severi e ad interessi produttivi per realizzare pienezza e valori della vita che, in caso contrario, si cercano nelle droghe e nei vari tipi di disadattamento sociale.

Per approfondimenti: M. Seligman, La costruzione della Felicità, Sperling& Kupfer editori

Scritto nel gennaio 2000. Rivisitato nell’ottobre 2011 e del 2017